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Molto illustre signor

Spesse volte dubito di esser noioso a Vostra Signoria con la longhezza delle mie lettere et se essa col rispondermi non mi desse sicurtà di continuare, perderei l’ardir di farlo.
Al presente, per scriverli qualche cosa, ho preso soggetto il mandargli la qui allegata ode del signor Menino che m’è parsa degna d’esser veduta3. Per intelligenza, le dirò solo che Giovan Francesco *Sagredo, nobile di questa Republica, ha fatto una solenne burla alli giesuiti, havendo finto nome d’una gentildonna vedova et ricca, et cavato di mano alli padri savij buon numero di lettere responsive, piene della loro dottrina et arti, hora col ricercar risposta de’ dubij et scrupoli, hora col dimandar consiglio di far testamento et con altre maniere, et la tresca è durata da quattro mesi, con lettere due volte la settimana che così frequentemente vanno da questa città a Ferrara. Adoperò nel principio il gentilhuomo il mezzo di una (noi diciamo qui) chietina4, cioè divota delli giesuiti, ma internamente schietinata, per mezzo della quale ingannò alcuni fautori delli buoni padri qui, che fecero l’ufficio di mandar le lettere5. Questo gentilhuomo era per partir sabato (come partì) per Soria, dove va console. Per honorarlo convenissimo alquanti venerdì a dessinare, dove il signor Menino fece leggere la presente ode.

Le cose che passano al mondo mi rendono sempre più attonito, ma sopra tutte quelle di *Matthias. Non faccio dubbio che con lui non s’intendi il papa, il re di Spagna et li giesuiti, come questo stij con aver Mattias concesso libertà di religione all’Austria et alla Moravia, dove l’imperatore l’haveva levata, io non la posso intendere: appresso di me è un misterio impenetrabile. Ma con Mattias vi è un Ungaro giovane, nobile et saputissimo, chiamato Titsch, il qual è stato autore già al Bocskai6 di ribellare et poi s’accomodò coll’imperatore, et hora ha fatto anco il seguito a Mattias. Non son senza sospetto che al presente anco le volpi sijno restate inganate. Che il *Toledo venga per inganare, non è cosa insolita et al presente inganarà forse persone che desiderano esser inganate.
Delle cose delli Stati, io non posso far buon pronostico, quando considero che vicini hanno. Le confederationi fatte con Inghilterra seguendo la pace, mi paiono fatte al contrario. Converrebbe trattare quel che fosse da fare seguendo la guerra, non seguendo la pace.
Dell’armata spagnola ancora non sapiamo bene quello che sij per avvenire, fanno correre diverse nuove et avisi. Sino adesso hanno fatto una bella impresa et è che li Turchi hanno impalato il vescovo di Coron in Morea7 con alquanti altri, per sospetti d’intelligenza con Spagnoli. Io vado credendo che tutte le imprese saranno così fatte.
È necessario che l’indispositione di monsignor *Asselineau sij stata leggiera perché l’ho sempre veduto, né saputo mai che non fosse sano. M’ha detto hora che per tre giorni non si sentì molto bene.
Sento grandissimo piacere che Vostra Signoria sij tanto congionta in amicizia con monsignor *Aleaume, sperando poter, col mezzo di lei, essere insinuato nell’amicizia di quel signore, come la prego a procurare con ogni affetto.
S’intende qui che li principi di Germania si radunino in molti luoghi, ma non si penetra il fondo, perché noi qua non faciamo nessun conto delle cose di quell’imperio, ma io, che le stimo molto, desidero avere qualche ritratto. So che Vostra Signoria, per mezzo del signor *Bongars, ne saprà la quinta essenza, la prego farmene qualche parte.
Di Roma, non habbiamo cosa nuova, se non la prigionia di due baroni principali, la quale si crede terminerà più tosto in castigo della loro borsa che della persona. La Republica al presente non ha controversia alcuna con quella corte, le cose stanno in profondo silentio. Dio voglia che sijno parimente in oblivione, del che ho qualche dubio. Per ancora non sapiamo come monsignor di *Brèves8 sij grato in quella corte, ma è ben certa cosa che la gratia spagnola più può che per lo passato et, per quanto si può congietturare, augumenterà ancora.
Io resto con desiderio di far cosa alcuna che sij grata a Vostra Signoria, alla quale bascio la mano.
Le dirò (che mi scordava), seguo la Relatione, che mi riesce più longa di quello che pensava, et già si copia il principio9. Vostra Signoria mi farà gratia di basciar la mano al signor presidente *di Thou, dicendoli che la deliberatione di mandargliela non si muterà certo. Se anco occorrerà a Vostra Signoria vedere li signori *Gillot, *Leschassier et *Casaubona, la prego far loro li miei basciamani.
Di Vinezia, il 5 agosto 1608.

  • 1. La BnF conserve une autre copie [Italien 1440, p. 49-54] : De la bibliothèque de Mr le P. Bouhier, B44, MDCCXXI.
  • 2. La copie ne comprend pas l’adresse.
  • 3. La bibliothèque ÖNB de Vienne conserve les Iambes latins écrits par Ottavio Menino : Ad illustrissimum virum Hieronymum Groslotium Lislæum, post eius Venetijs in Galliam reditum. Ornatissime Principum virorum /Quotquot Pallia tota ab hinc trecentis / Annis extulit, efferetque post hac, / Grosloti, aureolis tuis jambis / Quas grate potero pares referre ? Nullas Hercule, namque munus hocce / Me parem superis facit, dat ipsis / Et magnis Jovis interesase mensis. / Inunc invida temporum vetustas, / Absumtris operumque nominumque, / Et me, si potes, obrutum tenebris / Unde perpetuis, pili deinceps / Vires non faciam tuas pusillus ? / Fient marmora pulvis et metalla, / Quamvis artifici manu expolita / Spirantes referant Ducum figuras, / Vacant conditione mortis atra / Docta carmina, qua bono Poeta / Dictat Castalidum chorus sororum. / Ab tu Gallia lata nunc superbi, / Et tantum gremio forens nepotem / Triumphos age, gratulare vati / Gesta qui canit, et gerit canenda / Æque Martis a sumnus atque Phoebi / Frontem qui duplici tegit corona / Sudantem duplici labore frontem. Octavus Meninus f. communicavit nobilissimus Thomas Segethus qui accepit Venetijs. (ms 6189, f. 413-414).
    Dans Ottavio Menino, Carmina ad res potissimus gallicas, venetas et romanas pertinentia, varijs temporibus scripta, Venetiis, apud Evangelistam Deuchinum, 1613, ces vers ne figurent pas mais on peut y lire deux autres odes à Groslot, p. 54-56 et p. 81-82.
  • 4. Depuis la fin du XVIe siècle, par référence à Gian Pietro Carafa, évêque de Chieti, le nom de chietina est donné à ces veuves, dévotes des jésuites, qui leur abandonnent leurs biens.
  • 5. Convaincu de la nocivité et de l’avidité des jésuites, Sagredo a monté une supercherie à leur dépens. Le 12 mars 1608, sous l’identité d’une pseudo-comtesse Cecilia Contarini, il a pris contact épistolaire avec le jésuite Antonio Possevino, au prétexte que l’Interdit a chassé son confesseur, Antonio Giugno, et qu’elle en cherche un par correspondance. Le dossier est finalement entre les mains du jésuite padouan Antonio Barisone (1577-1613), recteur du collège de Ferrare, qui accepte les échanges épistolaires sous les pseudonymes de Anzola Colomba et Rocco Berlinzone. Au fil des 48 lettres, A. Colomba réussit à obtenir des preuves de l’avidité du confesseur qui la conduit à léguer ses biens aux jésuites (malgré la loi du 22 décembre 1536, confirmée le 26 mars 1605, qui fait interdiction aux Vénitiens d’accorder des legs aux religieux sans autorisation du Sénat). La dernière lettre, adressée à Berlinzone en date du 12 juillet 1608, l’informe du décès de la comtesse, révèle tous les ressorts de la supercherie et conclut par un réquisitoire contre la Compagnie : Felice pur chi vi conosce perché si sta lontano dagli aguati degli ingani vostri, ma altrettanto miseri e sciagurati quelli che vi prestano fide, … , restano alla fine miserabile preda della libidine e avarizia vostra. Cette plaisanterie a fait le tour de Venise et a été évoquée dans des poèmes récités lors du banquet d’adieu de Sagredo, en partance pour Alep.
    BN Marciana, ms. it. X, 188(=7216)  : Delle lettere di M. Rocco Berlinzone.  Registro de’ diverse lettere scritte al padre D. Antonio Barisone della Comp.gnia di Giesù sotto un finto nome della Clar.ma S.ra Cecilia contessa insieme con le risposte dategli da lui così in materia di casi di conscientia, come per consiglio del suo testamento … .
    Voir la narration plus développée de Sarpi dans sa lettre 1608-05-27 à Foscarini.
  • 6. Le 20 avril 1605, Stéphane II Bocskay (1557-1606), voïvode de Transylvanie, se fait élire roi de Hongrie par la diète hongroise. Pour sauver ses possessions hongroises, l’empereur Matthias de *Habsbourg négocie la paix de Vienne (23 juin 1606) qui assure les libertés religieuses et constitutionnelles aux Hongrois. Le prince Bocskay meurt le 29 décembre 1606, empoisonné par son chancelier.
  • 7. Coron, dans le Péloponnèse, a été conquise par les Turcs en 1534 mais un siège épiscopal y a été maintenu : Alfonso de Avalos en a été l’évêque de 1598 à sa mort, en 1606.
  • 8. Voir Notices biographiques : François Savary, comte de Brèves.
  • 9. Voir Notices bibliographiques : Histoire de linterdit.
texte_alternatif
TypeCopie
ScripteurJacques Dupuy
Chiffrementnon chiffrée
Signature

non signée

LieuVenise
Source

BnF, Dupuy 766, f. 5r-v1

Editions précédentes
  • G. Leti, 1673, lettre IX, p.48-52,

  • G. Fontanini, 1803, lettre IX, p.212-215,

  • F-L. Polidori, 1863, I, lettre XXVI, p.83-86,

  • M. Busnelli, 1931, I, lettre VIII, p.25-27.