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Molto illustre signor colendissimo

Alla ricevuta di quella di Vostra Signoria delli 12 aprile, veduta la memoria di monsignor *Vieta, impatiente d'aspettare, inanzi che legessi le molte lettere ricevute quel giorno, fui necessitato trascorrerla. Il principio è un buon ragionamento di governo, il rimanente, quando viene alla materia, è preparatione per far longo trattato. Credo che quella scrittura fosse un prohemio et principio di comentario per preparar materia ad un'opera buona4. M'è stato carissimo haver veduto quel che ci è, quantunque non sij quale rispondi al valore eccellente di monsignor *Vieta. Ne ringrazio Vostra Signoria quanto so.
Se monsignor *Aleaume riducesse in methodo la risolutione delle ciffre, farebbe opera molto degna. Io ho gran dubio se questa materia sij capace di arte et me lo causa la sua infinità; né posso intendere come si possi ridur in arte quel che non si può ridur a numero. Mi persuado haver ciffra che si può tener in mente (che importa molto, acciò non sij perduta o rubbata la contraciffra), et credo esser impossibile levarla, perché infinitamente si varia, né mai più d'una volta un carattere ha l'istessa significatione; ma è difficile da scrivere per il pericolo di fallare; il che quando occoresse in un solo carattere, l'amico è spedito d'intenderla, per la qual causa anco non è di grand'uso. Ma lasciamo queste considerationi.
Intorno la relatione dell'accidente miracoloso che mi scrive, non fu quella levata del suo plico ma l'error fu il mio, quale io riconosco adesso. Aprii diversi pieghi che mi vennero di Francia in quel tempo, et posti tutti insieme per leggere continuamente, errai il luoco della sudetta relatione, ponendola appresso la lettera del signor ambasciatore; il che mi fece credere che egli l'havesse mandata; et vi concorse verisimilitudine, perché egli è molto curioso, onde a lui risposi.
Dirò a Vostra Signoria sopra quel successo, primo, che io mai ardisco negare alcuna cosa riferta, sotto titolo d'impossibilità o d'altro, sapendo molto bene l'infinita varietà delle opere della natura et di Dio; ma bene servo il precetto d'Aristotile di non ricercar la causa, salvo che di quelle ch'io stesso vego. Nella cosa stessa molte volte sta la causa coperta che l'occhio acuto scuopre ma nella narratione non si rappresenta. Il relatore anco alle volte vede con occhiali, o vero essendo attento ad altro, onde la causa gli è altrimente rappresentata; le quali cose fanno che ogn'uno debbe fondar sopra li suoi sensi, non sopra gli alieni. Ma quando Vostra Signoria mi fa passaggio da questo miracolo a quell'altro mostro delli giesuiti, posso ben dire che tratti di cosa veduta et conosciuta da me, se bene non intieramente. Hanno tanti recessi, tanti pretesti, tanti colori, che sono molto più varij del sophista di Platone; et quando l'huomo crede haverli compresi in un indritto, scappano et si dileguano di mano. Ogni giorno vego in loro qualche cosa maravigliosa per innanzi non scoperta. Qui viene aviso che di Ongaria sijno scacciati. L'intenso desiderio del ben publico facendomi temere, mi sforza ad aspettare il secondo aviso prima che credere. Questi sono quelli che incitando ogni giorno la corte romana contro questa Republica, nodriscono le vecchie differenze, seminano quotidianamente di nuove et inacerbiscono gli animi. Io non posso prevedere dove queste cose sijno per terminare. Solo temo che l'Italia possa dar materia di raggionamenti a' suoi vicini, come adesso ne riceve da loro.
Il padre *Fulgentio5 ha fatto quello che conveniva ad un predicatore veramente catholico: ha predicato l'Evangelio di Christo Nostro Signore, astenendosi da notare qualsivoglia persona. Non ha dato sodisfatione a Roma né agli aderenti, perché è impossibile farlo, se non predicando loro in luoco di Christo. Disse ultimamente di lui il pontefice, ch'egli ha fatto di buone prediche, ma anco di cattive; che sta troppo sopra la Scrittura alla quale chi vuol stare attaccato ruinerà la fede catholica. Le quali parole non sono state molto approbate qui; io però le lodo et le tengo vere, purché ci si metti la sua coda. Io vego che gl'huomini, come la Chiesa dice negli Atti degli Apostoli, convengono insieme non a far quello che vogliono, ma quello che la divina Provvidenza disegna. Non credo che nissuno havesse per fine quello che Dio ha fatto seguire: la cui Maestà sij sempre benedetta.
S'è inteso qui li dissegni sopra Geneva6, molto pericolosi et strani, essendo più facile deffendersi da un assalto [aperto]7 che da una sorpresa. Il mondo è tutto pieno di mali humori. Dio facia che in luoco di seguire una pace universale, come si disegna, non segua una universale guerra, ma se sarà per augumento della sua gloria et avanzamento della Chiesa di Dio, o almeno purgatione del mondo, non doveremo dolercene.
Qui finisco, pregando la divina Maestà che accompagni sempre Vostra Signoria; alla quale bascio la mano.
Di Vinezia, il 12 maggio 1609

 

[Il padre Fulgenzio si è risoluto di fare stampare una certa specia d'apologia, in discolpa di quanto se gli è opposto da' nostri communi avversari8. Vostra Signoria ne riceverà copia al suo tempo debito et per lei et per quelli amici quali s'interessano della nostra causa. Dio mandi a tutti quella consolatione che tutti desiderano a questo Stato: ch'è quanto posso fare come buon christiano. Et qui di nuovo faccio fine col pregarla della continuatione del suo affetto]9.

 

 

1. Le nom et la signature du copiste, Jacques *Dupuy, apparaissent sur la page de titre du manuscrit.
2. Le manuscrit BnF Italien 258 contient une copie de cette lettre (f. 13-14) parfaitement identique, à l'exception de la signature F. Paulo di Venetia. Il ne nous a pas été possible de préciser la provenance de ce manuscrit sur papier du XVIIe siècle qui n'est pas le travail d'un copiste professionnel. La BnF conserve une autre copie [Italien 1440, p. 170-175] : De la bibliothèque de Mr le P. Bouhier, B44, MDCCXXI.
3. La copie ne comprend pas l'adresse.
4. François *Viète, De numerosæ potestatum et Exegesim resolutione, Paris, David Le Clerc, 1600. Cet ouvrage publié par Marino *Ghetaldi, le 15 février, applique l'exégèse scientifique à la nouvelle algèbre.
5. Voir Notices biographiques : Fulgenzio *Micanzio.
6. Dès son avènement au trône de Savoie, en 1580, Carlo Emmanuele I (1562-1630) échaffaude des plans contre la riche Genève car il rêve d'en faire sa capitale. Ses rêves de grandeur sont peut-être nourris par le fait qu'il est petit-fils de François 1er par sa mère et gendre de Philippe II d'Espagne et se croit protégé. En avril 1589, Genève alliée avec Soleure, Zurig et la France tentent de faire reculer le duc de Savoie qui résiste jusqu'à l'attaque surprise et nocturne, dite de « l'escalde », le 11 décembre 1602. Le duc de Savoie doit s'avouer vaincu et accepter la paix scellée par le traité de Saint-Julien, le 12 juillet 1603, qui reconnaît l'indépendance de la cité genevoise placée sous la protection de la France, toute proche depuis que la Savoie a cédé le Pays de Gex à Henri IV, en 1601. Cependant, Carlo Emmanuele I n'a jamais cessé d'échaffauder des plans contre Genève.
7. Terme absent du manuscrit Dupuy 766. Sarpi fait ici allusion à l'entreprise de Louis Conbousier du Terrail qui entendait prendre le port de Genève par surprise, le 14 avril 1609. Démasqué, il a été décapité le 19 avril. Voir lettres 1609-05-12 /2 et 1609-05-26 à Foscarini
8. Faut-il lire ici une préannonce des Annotazioni e pensieri que Micanzio rédige à partir de 1610 (BNM, ms.it. XI, 175 (=6518) ? Il s'oppose à la notion de potestas indirecta du pontife telle que définie par Bellarmino.
9. Passage absent du manuscrit Dupuy 766.
texte_alternatif
TypeCopie
Scripteur

Jacques Dupuy1

Chiffrementnon chiffrée
Signature

non signée

LieuVenise
Source

BnF, Dupuy 766, f. 13r-v2.

Editions précédentes
  • G. Leti, 1673, lettre XXVI, p. 160-165,

  • G. Fontanini, 1803, lettre XXVI, p. 265-268,

  • F-L. Polidori, 1863, I, lettre LXVII, p. 228-232,

  • M. Busnelli, 1931, I, lettre XXV, p. 78-81.