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1610-08-03.A Groslot

[Al molto illustre signore colendissimo.
Il signor dell'Isle]3

Molto illustre signor colendissimo
Son debitore di risposta a due di Vostra Signoria, la seconda delli 5 luglio portata dall'ultimo corriero, quella delli 23 giugno che è la prima non venne in tempo che li potessi rispondere per lo spazzo passato, perché il piego del signor ambasciator non fu portato dall'ordinario ma da un altro che arrivò quattro dì doppo.
Io veggo dalla sudetta delli 23 che Vostra Signoria è in qualche suspicione che alcuna delle nostre lettere sia ita in sinistro, et in particolare ha pensiero sopra quelle del mese di maggio. Non posso ramentarmi li tempi particolari ma, ben pensate le circonstanze di quelle ch'io ho scritto a lei et ella a me, vado concludendo che tutte siano capitate bene. Passano sempre 45 giorni inanzi che da Parigi si habbia una risposta et, inanzi che venga da Vostra Signoria a mio conto, appresso 60. Non è maraveglia che in così longo tempo possi apparire che la risposta dovesse venir prima.
Io so d'esser stato qualche volta senza scriverli, riputando ch'ella fosse indisposta o assente, quando non riceveva sue lettere; però sempre ho tralasciato lo scrivere con dispiacere, essendomi gratissima la communicatione con Vostra Signoria, dalla quale ricevo sincera et soda cognitione delle cose che passano; le quali, per la congiontione che hanno con le nostre, mi è di grandissimo giovamento l'haverne real contezza, oltre che è grandissimo il gusto che ricevo dal parlare con esso lei per questo mezo poiché non posso presentialmente et, per tanto, sto molto in pena di quel che potremo fare doppo la partita del signor *Foscarini. Nel viaggio da Turino a qui, le lettere sarebbono molto sicure per mezo di quel ambasciatore, il punto sta come assicurarle sino a quella città et da quella sino a Vostra Signoria. Quel signore è molto desideroso di haver particolar communicazione con lei, havendo concepito gran stima del suo valore per qualche discorsi delli suoi che io li ho communicato, et è degno, per le sue rare virtù, di esser amato da Vostra Signoria. Li dirò, in una sola parola, ch'egli è delle più tranquille anime che habbia non solo Vinetia, ma forse Italia: prudentissimo nel maneggio delli affari suoi, alieni et publici, ma insieme sincero, real amico et di piacevolissima natura; cose che appresso a noi si vedono poche volte congionte. Son sicuro che se piacerà a Vostra Signoria far risposta alla sua lettera, lo riceverà per gran favore; et volendo scriverli qualche cosa in confidenza, potrà usar la mia ciffra, che a questo effetto li sarà communicata. Il suo nome è Gregorio *Barbarigo, ambasciator veneto appresso l'Altezza di Savoia.
Credo che già haverà inteso come il signor *Foscarini è stato eletto per ambasciator al re della Gran Bretagna, per il che da Parigi passerà in quell'isola. Il pachetto che Vostra Signoria ha dato a lui, potrà ordinare che sij dato al signor Agostino *Dolce che venirà secretario con li ambasciatori straordinarij et sarà di ritorno con loro.
Il libro ▪De modo agendi è stato portato da quel signore che fu ultimamente in Inghilterra: non è però compito. Non so se sia perché l'autore non sia passato tanto inanzi o perché habbia voluto riservar qualche cosa per sé, ma è scrittura molto bella. Andando il signor Foscarini là, haverò occasion di haver ancor quella parte che manca o di sapere perché manca.
Mi sono tutto turbato intendendo da quella di Vostra Signoria che ella habbia patito dolori nefritici, infirmità molto grave in ogni sorte di persone, ma più in quelle che vivono più ad altri che a se stesse. Lodo molto il conseglio preso di rimediarvi con celerità et il rimedio delle acque, le quali Vostra Signoria prenderà appunto nel più oportuno tempo dell'anno, che sarà il gran caldo; et configurandomi che adesso ella sia sul principiare, mi conforto di speranza che ricupererà la sanità sua intieramente et ne pregherò Dio con assiduità.
La obedirò in non rimettere cosa alcuna al signor *Castrino per scriverli et credo che quando è restato di questo offeso, non l'habbi fatto per altro che per esser forse le cose già volgate in codesti paesi.
So che Vostra Signoria sarà curiosa d'intendere con qualche verità l'infelice fine di fra Fulgentio4, poiché ella l'ha conosciuto, et tanto più quanto sarà diversamente rapresentato. Per ancora io non so il tutto certamente et vado molto cauto in credere dove non ho buoni fondamenti; per il ché la narratione che li farò sarà vera, ma vi mancherà qualche cosa. Partì fra Fulgenzio, come Vostra Signoria sa, al principio d'agosto 1608, con patente di salvocondotto amplissimo, con particolar clausola che non si sarebbe fatta cosa alcuna contro l'honor suo. Gionto là, trattarono che abiurasse et che facesse penitenza publica, egli negò constantissimamente, allegando il salvocondotto. Finalmente, perseverando nella negativa del far penitentia publica, si contentò di far un'abjuratione secretissima inanzi un notario et due testimonij, con nuova dichiaratione delli cardinali, che s'intendesse senza nessun suo dishonore et senza nessun suo pregiudicio. Passò fra Fulgenzio, parte ben parte mal veduto, sino al febraro prossimo passato; quando una sera, sprovistamente, fu mandato dal cardinal Panfilio, vicario del papa, li birri che lo presero, pretendendo che egli havesse fatto non so che di spettante al suo ufficio et fu messo priggione in Torre di Nona, dove stanno li rei di delitti comuni. Diedero poi di mano sopra le scritture sue et, scrutiniate quelle, lo trasportarono dalla prigione sudetta alle prigioni dell'Inquisitione. Là, li fu dato tre imputationi: una che havesse tra li suoi libri alcuni prohibiti, la seconda che tenesse commercio di lettre con heretici d'Inghilterra et Germania, la terza che vi fossse una scrittura di sua mano, la quale conteneva diversi articoli contro la dottrina catholica romana, in particolare, che san Pietro non era sopra gl'altri apostoli, che il papa non è capo della Chiesa, che non può commandare alcuna cosa oltre le commandate da Christo, che il concilio di Trento non fu né generale né legitimo, che nella Chiesa romana vi sono molte heresie ed altettante cose in buon numero. A queste imputazioni egli rispose: quanto alli libri di non sapere che fussero prohibiti; quanto alli commercij di lettere che quelle persone a chi scriveva e da chi riceveva lettere non erano denonciate; quanto alle scritture di sua mano che quelle erano imperfette e non vi era l'opinione sua ma erano solo memorie per voler far considerationi sopra quelle materie. Delle quali risposte non sodisfacendosi l'Ufficio, determinarono di venir contro di lui alla tortura: il che intimatoli, egli rispose che non era soggetto di sopportar tortura ma che facessero quel che piaceva loro ché si rimetteva alla loro misericordia. Il giorno 4 di luglio, fu condotto in chiesa di San Pietro dove era indi il numero di persone. E là posto sopra un solaro, furono lette le sue colpe et fatta la sentenza che dovesse esser escluso dal gremio della santa Chiesa come heretico relasso et consignato al governatore di Roma per esser castigato, con preghiere però che non fosse punito di pena di sangue. A questa cerimonia, che durò qualche hora, fra Fulgenzio stette sempre guardando in alto né mai parlò. La comune opinione fu che egli havesse un sbavaglio in bocca. Finita la cerimonia, fu condotto nella chiesa di San Salvator in Lauro e là degradato; et la mattina seguente, in piazza di Campo di Fiori, fu impiccato et abbruciato.
Se le cose oppostegli siano vere o calunnie, le opinioni sono varie; ma alcuni, presupposto anco che siano vere, non restano di dire che li sia stato fatto torto poiché, stante il salvocondotto, non si poteva metter a suo pregiudicio quella abiuratione et haverlo per relasso. Io non so che giudicio fare perché il principio et il fine sono manifesti, cioè un salvocondotto et un incendio. Li mezi restano in occulto, ma da questo si può ben concludere che il papa ha poco buona dispositione verso Vinetia; oltre che molti indicij fanno manifesto l'istesso, et pertanto al padre Paulo convien usar molta cautione. Egli però non mancando delle cose ordinarie, rimette il rimanente in Dio, certo che tutto sarà bene quel che sarà disposto dalla Maestà sua divina.
Quanto alle cose d'Italia, sono in molta confusione. Il papa si fatica acciò non sia guerra et vorrebbe accommodare Savoia con Spagna, il che credo in fine succederà et poi Savoia penserà a Geneva et il papa a Vinetia. Quale non si può fare capace che convenga pensar a ciò ma ostinatamente sta in un'opinione di non esser in alcun pericolo con tutto che siano così manifesti che sarebbono venuti dalli ciechi; il che mi fa dubitare che sia abbandonata dalla divina assistentia et acciecata sì che non vegga la luce del mezzo giorno ma, poiché in ciò non ho altra voce che querulosa, è ben che me ne taccia.
Quanto alle cose di Francia, grandemente mi rallegro che passino bene, se bene mi spaventa un tanto numero de anni che starà sotto la minorità del re, vedendo massime li partiti già formarsi et li giesuiti più insolenti et arditi che mai. Se questo ultimo non fosse, vorrei sperare che li altri incontri potessero essere superati o temporeggiati dalla prudentia della regina ma questo è insuperabile, perché dove tanti sono resoluti a far male, è verisimile che se non hoggi né dimani, almeno l'altro riesca ad alcuno. L'intentione di Spagna non è se non di divider cotesto regno, havendo tanti ministri così sagaci et così audaci, la sola protettione divina lo può preservare. Il vedere che la regina mette inanzi Concini et giesuiti, che tien poco conto del Parlamento, non sono troppo buoni indicij.
Ho considerato quello che Vostra Signoria mi scrive del giesuito vantatosi di far un esercito et la quantità di danari che si ritruovano, et mi par cosa che bisognarebbe non trascurare. Io so bene che, con tutto il bando di Vinetia, cavano però di là quantità grande di danaro et non possono esser impediti; et se questa è volontà di Dio et predicattione delle sante Scritture, li huomini non potranno farci altro, se non accomodarsi alla sofferentia.
Mi pare che li hugonotti siano molto savij che stanno a vedere, per doversi governare secondo i successi: Dio benedica li loro dissegni.
Io non mi accorgeva del tedio che questa porterà a Vostra Signoria, massime che forse li arriverà in tempo di medicina; per il che scusandomi, la pregherò a continuar la sua benevolentia verso di me, sì come io li resterò sempre dedicato servitore, con che fine, li bascio la mano.
Di Venezia, il dì 3 agosto 1610.
Di Vostra Signoria

Affettionatissimo servitore

 

 

 

1. Le nom et la signature du copiste, Jacques *Dupuy, apparaissent sur la page de titre du manuscrit.
2. Le manuscrit BnF Italien 258 contient une autre copie de cette lettre (f. 6-7) parfaitement identique. Il ne nous a pas été possible de préciser la provenance de ce manuscrit sur papier du XVIIe siècle qui n'est pas le travail d'un copiste professionnel. La BnF conserve une troisième copie [Italien 1440, p. 282-294] : De la bibliothèque de Mr le P. Bouhier, B44, MDCCXXI. L'ASVat. conserve une copie (Miscell. Arm. I, 136, f. 226r-227v) procurée par le nonce apostolique en France au cardinal-neveu, Scipione Borghese.
3. La copie parisienne ne comprend pas l'adresse mais elle a été restituée à partir de la copie vaticane.
4. Voir Notices biographiques : Fulgenzio *Manfredi.

Type scripteur
  • Copie

Scripteur
  • Jacques Dupuy1

Chiffrement
  • partiellement chiffrée

Signature
  • non signée

Lieu
  • Venise

Source
  • BnF, Dupuy 766, f. 20r-21r2.

Editions précédentes
  • G. Leti, 1673, lettre XLVIII, p. 260-270,

  • G. Fontanini, 1803, lettre XLVIII, p. 312-317,

  • F-L. Polidori, 1863, II, lettre CXLVII, p. 97-104,

  • M. Busnelli, 1931, I, lettre XLVIII, p. 128-133.