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Molto illustre signor colendissimo
L'ultima mia fu delli 22 giugno4, la qual credo le giongerà in mano tarda, dovendo far molte posate inanzi che arrivi costà. Per questo corriero, ho ricevuto duplicato favor da Vostra Signoria con due sue, l'una delli 26 maggio et l'altra delli 3 giugno, le quali mi hanno riempito l'animo d'allegrezza, per la speranza che l'assemblea debbia haver buon successo, come prego la Maestà divina che succedi, tenendo per fermo che ciò importi alla religione non meno in Italia che in Francia. È venuto nuova qui che il primo presidente5 habbia mandato via il padre Gonteri6, che mi parerebbe un buon principio et fondamento di gran speranze.
Finalmente, tutta la macchina papistica al presente si volge sopra li giesuiti. Viene a Roma il confessor di Leopoldo, per far l'ultimo sforzo delle cose di Germania. Di Germania habbiamo continue nuove di confusione, ma nella maniera che sogliono passar tra privati et non tra principi, Tutte con consegli medij che servono a confonder sempre più. Nissuna cosa di quei successi m'ha parso considerabile, se non la resolutione di quei prelati di contribuire ogni anno 500 mila fiorini per far tesoro. Invitano a parte anco il pontefice, il quale però non ha nissuna inclinatione d'implicarsi in altro che in metter pace. Le città hanno gran ragione di non restar sodisfatte delli prìncipi collegati con loro, poiché del fatto di Donavert7 — che fu principal causa della collegatione- non si è trattato niente. Et se non haveranno qualche incitamento dalli avversarij che li faccia riunire, quella lega farà pochi progressi. Non pare che di Germania si possi aspettar altro al presente, se non che li papisti si alienino dal papa.
Quanto s'aspetta a Savoia, certa cosa è che egli farà tutto il possibile per inquietar. Con tutto ciò, la opinion universale è che nessuna cosa li possi sortire, se non forsi qualche impresa furtiva; da questo convien bene che si guardi chi ne ha essempij passati.
Io son constretto, contro mio volere, a scrivere brevi lettere a Vostra Signoria per diffetto di materia, essendo l'Italia in otio così profondo che, non solo ci tien lontani dalle nuovità, ma anco dalli dissegni et pensieri. Di maniera che anco li scrittori delle gazzette non hanno altra materia se non qualche convitti o apparati di feste.
La Republica segue l'incominciato sopra Ceneda8. Il papa sta perciò molto ben segnato; non si vede che provisioni sia per fare, ma al certo farà. Alcuni dei nostri biasimano il nostro tentativo, dicendo che se Spagna adesso assistesse al papa, non ci è dove haver ricorso per agiuto. Son certo che la stessa ragione travaglia il papa, qual vede non potersi sostenere se non mettendosi sotto Spagna, cosa che abhorrisce. Dubito che non ci portiamo senza accorgercene in qualche passo pericoloso.
Le dispute successe in Parigi non son piaciute a Roma: biasmano il nunzio9. Se fosse messa a campo quella controversia10, temo ecciterebbe una seditione tra li papisti stessi. Vedendo la divisione che nasce tra giesuiti et altri papisti per le libertà gallicane, se li reformati fomentassero il partito delle libertà —il quale se ben non è perfetto è però manco cattivo— forse s'indebolirebbono li giesuiti che sono li più oppositi alla vera religione et s'aprirebbe via a concordare con li gallicani. Non ci è impresa maggiore che levar il credito a' giesuiti: vinti questi, Roma è persa. Et, senza questa, la religione si riforma da sé. Questo le dico havendo saputo l'estremo dispiacere sentito a Roma per la disputa de' giacobiti et l'avertimento dato al nuncio di guardarsi da simil occorrenze. A pigliar un consiglio, basta saper che l'adversario lo fugga: senza che san Paolo ne ha dato essempio al capo XXIII delli Atti11.
Se Vostra Signoria si ritruova ancora nello istesso luoco12, la prego far li miei humili basciamani a monsignor *Duplessis; et facendo fine qui, a Vostra Signoria faccio humil riverenza, insieme con il signor *Molino et il padre Fulgentio13.
Di Vinetia, li 5 luglio 1611

[Diverse cose averei da dirle, ma non ardisco metter tutto in carta sino a tanto che avrò nova che la cifra sia giunta; et allora con maggior libertà potremo esplicar l'un l'altro il nostro sentimento. Dio la conservi]14.

 

 

1. Le nom et la signature du copiste, Jacques *Dupuy, apparaissent sur la page de titre du manuscrit.
2. La BnF conserve une autre copie [Italien 1440, p. 399-404] : De la bibliothèque de Mr le P. Bouhier, B44, MDCCXXI.
3. La copie ne comprend pas l'adresse.
4. Référence à la lettre 1611-06-22 à Groslot.
5. Nicolas de Verdun est le premier président du Parlement de Paris, depuis le 9 avril 1611.
6. Voir Notices biographiques : Jean *Gontery.
7. Voir Notices historiques : l'incident de •Donawörth.
8. Le débat sur le fondement de la souveraineté de Venise sur Ceneda bat son plein : Paolo Sarpi est chargé de conduire les recherches des documents en faveur de la position et des revendications de la Sérénissime. Voir l'étude de Gaetano Cozzi, La questione della sovranità su Ceneda, Milano-Napoli, Ricciardi, 1997, p. 468-554.
9. Le nonce apostolique à Paris est alors Roberto *Ubaldini.
10. Dans le cadre du débat sur les libertés gallicanes, la controverse porte sur la discussion conciliariste relative à la supériorité du pape sur le concile ou du concile sur le pape.
11. Curieusement, le titre des Actes des Apôtres est une lacune dans les éditions Leti et Polidori.
12. Groslot doit se trouver alors à la congrégation générale des réformés, à Saumur dont le gouverneur est Philippe Duplessis-Mornay.
13. Voir Notices biographiques : Fulgenzio *Micanzio.
14. Ce passage n'apparaît pas dans le manuscrit Dupuy 766 ; mais il est intégré à la fin de la lettre dans les éditions Leti et Polidori ; pour sa part, Busnelli le présente comme un post-scriptum.
texte_alternatif
TypeCopie
Scripteur

Jacques Dupuy1

Chiffrementnon chiffrée
Signature

non signée

LieuVenise
Source

BnF, Dupuy 766, f. 28r-v2

Editions précédentes
  • G. Leti, 1673, lettre LXV, p. 370-374,

  • G. Fontanini, 1803, lettre LXV, p. 364-366,

  • F-L. Polidori, 1863, II, lettre CLXXVII, p. 214-217,

  • M. Busnelli, 1931, I, lettre LXV, p. 181-183.